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Storia del Mediterraneo in 20 oggetti
Finalista Premio Costa Smeralda 2019, sezione Saggistica Seguiamo 20 oggetti e la loro storia. Ci racconteranno l’anima di uno spazio geografico e culturale ricchissimo: il Mediterraneo. Dove arriva il Mediterraneo? Sarebbe limitante dire che si arresta alle sue coste. La sua influenza, i suoi caratteri, la sua anima, come i suoi sapori e i suoi odori, invece, spaziano. Si spingono oltre. C’è Mediterraneo in Scozia e nell’Inghilterra post imperiale romana. C’è Mediterraneo sulle vie della seta. C’è Mediterraneo nei galeoni spagnoli come su quelli olandesi e inglesi che solcano nel Cinquecento l’Atlantico e il Pacifico. C’è Mediterraneo dappertutto, appendice ultima dell’estrema grandezza e complessità del continente-mondo asiatico. Si può raccontare la storia di questo Mediterraneo globale senza disperdersi nei mille rivoli del racconto? Lo si può fare, a partire da ciò che ha reso questo Mondo globale consueto e la sua azione civilizzatrice universale e costante: bisogna partire dagli oggetti. Dei semplici oggetti – che narrano una storia millenaria, di lungo, lunghissimo periodo – che consentono di scandire i tratti di questo mare che si frappone fra le civiltà, spesso legandole e mischiandole. L’elenco sarebbe infinito: in queste pagine ci soffermiamo su alcuni di essi, venti, che ci sembravano esemplari, a partire da quello, ai nostri occhi, più antico e più rivoluzionario: il remo. E poi ancora: la bussola, la moneta d’oro, il container, la chitarra, la paella, il corallo, l’abaco, gli ex voto, i vestiti di seta…
Il Mare di Mezzo. Una storia del Mediterraneo
Un miscuglio elegante e sempre originale
«Mantenere il Mediterraneo al centro dell’attenzione. Ciò che ho cercato di fare qui è seguire le tracce dei principali destini politici delle terre del Mare di Mezzo, nella misura in cui la loro storia è stata influenzata dalla posizione geografica» Dagli Egizi alla Grande Guerra (dal momento che è stata questa, più che la seconda guerra mondiale, quella che ha, secondo l’autore, radicalmente cambiato tutto). Il signorile, garbato, curioso, spiritosissimo J.J. Norwich (1929-2018) è interessato soprattutto al racconto della storia, o addirittura a volte al racconto nella storia visto il gusto per il ritratto e l’episodio esemplare in cui gli piace intrattenere. Così quando il risvolto umano, i caratteri personali prendono il sopravvento (nel caso, per esempio, delle guerre carliste in Spagna o del Risorgimento italiano) la sua scrittura si esalta al massimo e trasmette brio e animazione autentici. I suoi libri, che spaziano dai Normanni di Sicilia (e i suoi due testi furono di fatto i primi a richiamare precisa attenzione verso quel fondamentale capitolo della storia universale) alla Repubblica di Venezia all’Impero bizantino, si accompagnavano all’amore del viaggiatore per i luoghi e alla concreta familiarità del diplomatico. E, pur nel grande successo, Norwich ha sempre dichiarato di non essere uno storico di professione né tantomeno un accademico. Ma non gli rende onore definirlo un divulgatore anche se a questa tradizione nobilissima della cultura britannica si lega. È un narratore della storia, e degli avvenimenti e dei contesti cattura qualcosa che non appartiene tanto all’informazione storica, quanto nella sostanza al piacere del testo: vale a dire, il colore. Senza, per questo, far cedere mai il sapere. Ne nasce un miscuglio elegante e sempre originale.Magna Grecia. Una storia mediterranea
La Magna Grecia è parte della storia italiana e la sua vicenda in epoca preromana non si identifica strettamente con la colonizzazione greca, né si riduce al confronto con le genti italiche. Il volume inquadra la Magna Grecia in un vasto orizzonte mediterraneo di movimenti e connessioni. Senza trascurare gli sviluppi storico-politici, la trattazione mette in luce i problemi ancora dibattuti. Rivolge attenzione particolare alla ricerca archeologica e ai processi di trasformazione delle società e delle culture, analizzati anche sulla base delle scienze sociali. Discute inoltre di quadri ambientali, dei Greci e degli “altri” nell’immaginario, di società ed economia, di culture politiche. Ne risulta una visione innovativa, non condizionata dalle fonti classiche né da interpretazioni in chiave etnica.
Guerre corsare nel Mediterraneo. Una storia di incursioni, arrembaggi, razzie
Nelle acque e lungo le coste del Mediterraneo, soprattutto fra la sponda cristiana e quella musulmana, dal Cinque al Settecento imperversarono i corsari: non pirati né predoni, ma guerriglieri del mare che agivano con patenti statali. Erano in gran parte maghrebini insediati ad Algeri, Tunisi e Tripoli, ma anche l’impero ottomano aveva i suoi corsari. Le città da cui muovevano, le navi con cui operavano, le regole, le pratiche, i rituali, come veniva spartito il bottino, come era organizzato il commercio delle prede e degli schiavi: il libro descrive gli usi della guerra corsara e ne ripercorre le vicende principali, con uno sguardo alla poco conosciuta attività dei corsari europei (italiani, francesi, maltesi, spagnoli) contro gli stessi europei.
Una lunga storia mediterranea: Tabarca. La complessità del moderno nella nascita di Carloforte e Calasetta
Questo studio si propone di indagare, agli inizi del XVI secolo, la complessità dei rapporti ancora esistenti tra Stati e popolazioni nel Mar Mediterraneo, nonostante la rivoluzione che le scoperte geografiche e l’interesse verso i Nuovi Mondi stavano determinando, in un’epoca che molti hanno individuato come l’inizio del mondo globalizzato. Rapporti che vedono, oltre la consueta dinamica delle relazioni internazionali fra regni ed imperi, anche quelli quotidiani tra la gente comune in termini di commerci, scambi e contatti, pure intesi fra religioni diverse. La presenza genovese a Tabarca, in Tunisia, fa parte di un’ampia e consolidata relazione in ambito economico, imprenditoriale e finanziario tra la monarchia spagnola e il mondo affaristico finanziario della Repubblica di Genova. I due secoli di permanenza ligure in terra tunisina hanno, tra l’altro, prodotto una contaminazione linguistica tuttora fortemente radicata, specialmente nelle comunità tabarchine di Carloforte e Calasetta, dove non si è mai perso l’uso della lingua originaria che è divenuta carattere distintivo delle comunità.
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