Questa è la pagina dedicata a Stefano Bartezzaghi.
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Parole in gioco. Per una semiotica del gioco linguistico: 1
Non c’è lingua e non c’è epoca in cui non si sia giocato con le parole: troviamo giochi di parole nei testi più solenni di religioni, letterature, filosofie. Sono una dimensione comune a tutti: dagli analfabeti ai premi Nobel. Ed è proprio dalla classicità e dal folklore che la cultura di massa ha ripescato le più curiose ed enigmatiche combinazioni linguistiche per adattarle alla contemporaneità. Dall’enigmistica alla pubblicità, dalla satira ai tweet, la lingua mette in gioco le parole in modo che ci avvincano ancora prima che convincerci. In queste pagine Bartezzaghi ci spiega la natura di queste scintille dell’intelligenza e ci invita ad appropriarcene.
Opinioni:
Capire quando una parola giochi e quando faccia sul serio non è facile, e forse non è neppure del tutto sensato. Il gioco è una potenzialità sempre presente nel linguaggio umano. – LaFeltrinelli
Scrittori giocatori
Il gioco può essere un argomento della letteratura, la stessa letteratura può essere occasione e campo di gioco (come in Italia è accaduto soprattutto a Dante Alighieri). Ma il gioco può essere anche un modo di intendere la letteratura: ci sono scrittori che hanno un’idea giocosa della letteratura, a diversi gradi di giocosità. Vengono subito in mente i “manierismi letterari”, la “poesia artificiosa”, l’Oulipo; ma Stefano Bartezzaghi ha deciso con questo libro di dedicarsi non tanto a coloro che mettono in bella evidenza l’intento giocoso della letteratura, ma a quegli scrittori che usano il gioco per invitare il lettore a una relazione più appassionata, più coinvolgente e alla fine (con tutte le astuzie, i depistaggi, gli inganni consentiti – e benedetti – in letteratura) più diretta di quella assicurata dall’ordinaria amministrazione narrativa e poetica. E così, accanto a capitoli dedicati agli autori che ci aspetteremmo (Calvino, Nabokov, Queneau), troviamo convocati Dante, Proust, Arbasino, Celati, Pontiggia, DeLillo (ma anche John Cage, Alighiero Boetti e Roland Barthes…): idealmente, troviamo tutti coloro che sanno esercitarsi con libertà e fantasia quando scrivono la loro arte. Tutti quegli scrittori convinti, come il Don DeLillo di Underworld, che “il gioco non cambia il modo in cui dormi o ti lavi la faccia o mangi. Non ti cambia nient’altro che la vita”.
Mettere al mondo il mondo: Tutto quanto facciamo per essere detti creativi e chi ce lo fa fare
A un certo punto del secolo scorso si è sentita risuonare una parola rotonda ed espressiva: “creatività”. I discorsi sulla creatività si sono presto infittiti e allargati a ogni ambito dell’attività umana: la creatività è dei designer ed è dei cantautori, degli stilisti e dei programmatori di computer, dei pubblicitari e dei bricoleur, dei bambini e dei tecnologi. Cosa esattamente esprima una parola tanto espressiva è difficile e anzi impossibile da precisare. Intanto però questi discorsi hanno finito per edificare una sorta di piramide che dalla terra punta verso il cielo. La creatività eleva: come l’artista con la sua opera pare voler emulare il Creatore, così chiunque può sperare di parere un artista, grazie alla propria creatività.
Banalità: Luoghi comuni, semeiotica, social network
La banalità è il nostro nuovo demone. È da quest’ultima che vogliamo rifuggire, come dalla noia, ma è questa stessa fuga a renderci sempre più banali (e noiosi, e annoiati). Per i luoghi comuni proviamo esplicite repulsioni e recondite attrazioni, la nostra idea di successo è che tutti notino come siamo bravi a svincolarci, almeno momentaneamente, da essi. In queste pagine Bartezzaghi si arrischia a seguire due convinzioni. La prima è che abbiamo sbagliato spauracchio e che convenga invece cercare di «avere un buon rapporto» (come oggi si dice) con la banalità, nostra e altrui. Come accade con le persone, per «avere un buon rapporto» con qualcuno occorre guardarlo in faccia, conoscerlo, rivolgersi a lui con schiettezza. Dobbiamo farci amica la banalità. La seconda convinzione è che i social network oggi sono un ambiente particolarmente adatto a farcela guardare in faccia e a conoscerla.
Opinioni:
«La banalità contemporanea non è tutta nei social network, né è banale tutto ciò che è nei social network: essi costituiscono però senza dubbio un buon campo per la sua osservazione.» – LaFeltrinelli
Con le armi delle semiotica, Stefano Bartezzaghi indaga su un’ossessione contemporanea, alimentata dai social network: essere originali a tutti i costi – Il Venerdì
Dando buca a Godot. Giochi insonni di personaggi in cerca di aurore
È difficile immaginare di leggere questo libro senza una matita e un taccuino a portata di mano. Perché il gioco linguistico, come la risata, è contagioso. E ciascuno potrà aggiungervi il proprio. Se “Il fagiano Jonathan Livingstone” (nel gioco sui titoli dei libri “meno ambiziosi”) vi pare offensivo, che dire di “Un’email di Jacopo Ortis”, o del Bulgakov degradato a “Il supplente e Margherita”? Se invece amate il cinema si può cominciare col Fellini dimezzato di “Quattro più”. Su Twitter è anche nata una variante mescolando il titolo di diversi film, come nel capolavoro mai girato “Tre metri sopra il cielo sopra Berlino” o nell’ambiguo “Un borghese piccolo piccolo grande uomo”. Se si aggiunge una definizione si può rischiare con “Ti boccia già all’appello: ‘Fotte prima degli esami'”. E per i più esperti, si continua con i tautogrammi, i falsi prefissi, i palindromi, gli acrostici, i falsi derivati, le parodie. Il mondo si deforma, perde per un attimo la sua identità, e di fronte a noi se ne spalanca uno parallelo, un po’ sghembo, assurdo, sorprendente, che prende forma nel nostro taccuino.
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